Riti fioriscono all’ombra dei grattacieli: strategie per attraversare (sani) il caos.
Sezionati e studiati, dimenticati, raffazzonati, svuotati, recuperati e reinterpretati. Perché i riti raccontano qualcosa di fondamentale su noi esseri umani.
Perché interessarsi ai riti se anche un sacerdote ha intitolato un suo recente libro “L’epoca dei riti tristi”, affermando chiaramente che in crisi non sono soltanto i riti religiosi, ma la ritualità in genere?
Don Manuel Belli risponde: a riti tristi, corrispondono passioni tristi. Viviamo in un’epoca a bassa densità di significati.
Anche i riti più complessi scaturiscono dalla combinazione di azioni simbolico-rituali elementari come camminare, mangiare, lavare, cantare, pregare, assistere.
Riti profani e religiosi sono due facce della stessa medaglia: noi occidentali non riusciamo a dare un senso, e quindi a vivere intensamente, non solo i passaggi importanti della nostra vita individuale, ma anche azioni ed eventi collettivi, che in assenza della nostra “immersione” risultano vuoti e onestamente inutili.
Tra biologia e cultura
Sembra ormai assodato che le forme rituali siano una prerogativa more than human: anche le scimmie, quando sentono arrivare un temporale minaccioso, sventolano dei rami urlando insieme ed eseguendo movimenti minacciosi verso il cielo, per farsi forza e superare la paura.
E insieme a elefanti, corvi, delfini e balene, nei confronti di un morto del proprio gruppo dimostrano la sofferenza proteggendo il corpo del morto, compiendo movimenti di gruppo, lamenti e altre pratiche funerarie che proteggano in qualche modo il morto e aiutino i vivi a trovare pace.
Evolutionarily, mammals evolved from a common ancestor i.e. humans, elephants, and cetaceans. This means that some of the hormones which influence emotions in humans also exist in non-human mammals (...) Evolutionarily, we can see the connection between humans and animals with the fluctuation of stress and love hormone levels post-loss.
The Mourning Behaviors & Funeral Rituals of Animals
Con queste premesse, è semplicemente naturale riscontrare forme rituali simili ai quattro angoli del pianeta tra le prime popolazioni umane, senza nemmeno scomodare la teoria dell’unico ceppo umano da cui proverremmo tutti: a uguali strutture biologiche corrisponderebbero uguali reazioni culturali.
Ogni rito ha le sue specificità, ma sono altrettanto evidenti anche le somiglianze di riti antichi che segnano il passaggio da uno status a un altro della vita umana (età adulta e morte fra tutti), l’alternarsi delle stagioni e la fertilità dei campi, così come i riti di iniziazione e di purificazione.
Guardando ai riti di popoli indigeni ma anche a cerimonie antiche che avvenivano alle nostre latitudini, come i Misteri Eleusini, emerge chiaramente come gli uomini abbiano osservato attentamente la natura e i suoi processi, ammirandone la capacità di rigenerazione dopo la morte e il lutto, che rappresentava con l’inverno solo una delle fasi all’interno di un ciclo di perenne rinascita.
Come il seme, per dare vita a una nuova pianta deve decomporsi, diversi diversi riti prevedono il passaggio, più o meno lungo, dell’iniziando dentro una grotta, al buio, a volte addirittura sottoterra, prima di rinascere a “nuova vita”, intesa come uno nuovo stadio di maturità fisica e/o spirituale e di consapevolezza.
Con l’avvento dell’agricoltura, gli uomini ricevevano “il dono” della rigenerazione da parte di Demetra: la facoltà di interagire con la natura, non solo di subirla.
Attraverso le cerimonie dei Misteri Eleusini così come nella Messa cattolica il neofita, partecipando al rito, ha la possibilità di entrare in comunicazione diretta con il sacro.

Anatomia del rito
Definiamo i rituali come (a) sequenze di azioni fisiche predefinite caratterizzate da rigidità, formalità e ripetizione che sono (b) incorporate in un sistema più ampio di simbolismo e significato, ma (c) contengono elementi che non hanno uno scopo strumentale diretto.
The Psychology of Rituals: An Integrative Review and Process-Based Framework (tradotto)
Ecco perché molti riti celebrati ancora oggi appaiono antiquati, noiosi, bizzarri e persino stupidi, se non se ne comprende o se si perde, lungo la strada, il simbolismo e significato.
Ritualistic sequences, by virtue of being perceived as special, are more than the arbitrary physical movements that comprise them. Instead, the actions are interpreted as a practice that is meaningful, providing context and connecting a person to something that is bigger than themselves—their ancestry, familial traditions, cultural and religious groups, nature, immortality, and more.
The Psychology of Rituals: An Integrative Review and Process-Based Framework
È chiaro che il rito bisogna viverlo; assistervi può essere parte del percorso di avvicinamento culturale, una specie di primo accesso per orientarsi, ma non c’è altra via che partecipare in prima persona a un rito perché questo possa sortire un effetto.
Arnold Van Gennep individua tre fasi che compongono la sequenza rituale, in proporzioni e modalità diverse ma sempre presenti e Turner approfondirà successivamente la fase liminale:
Riti di separazione (preliminari): la separazione è fisica, materiale e rappresenta l’uscita dal “territorio” di appartenenza per entrare in un territorio neutro (la foresta, un’area del tempio preclusa ai non iniziandi, una stanza fuori dall’abitazione…). La separazione può essere anche simbolica, come passare in mezzo a un oggetto tagliato in due o attraversare una porta, una soglia, le mura, oltrepassare un confine, a volte sorvegliato da guardiani speciali in forma di statue, figure mitologiche, mostri che rimandano a un passaggio anche spirituale.
Riti di margine (liminari): sono quelli eseguiti in un tempo sospeso, a volte in isolamento, perchè l’individuo non appartiene più alla condizione precedente ma non è ancora entrato nella nuova. I periodi di lutto o la Quaresima possono essere due esempi a noi familiari, ma in altre culture e in altri passaggi questo stadio, esplicitamente al di fuori della realtà ordinaria, porta con sè la liberazione dalle normali costrizioni e dunque potenzialità creative e innovative uniche.
In questa fase possono avvenire un cambio di abito, travestimenti anche con l’uso di maschere; cambi di alimentazione, si possono affrontare prove (fisiche o simboliche) e ricevere insegnamenti “segreti”.
Riti di aggregazione (postliminari): per segnare la reintegrazione in una condizione nuova, spesso prevedono la commensalità (bere e mangiare assieme) e il legarsi assieme (abbracciandosi o eseguendo insieme un gesto o scambiandosi doni o baciando un oggetto sacro o ancora danzando).
Aggiungiamo quindi un altro tassello che va a definire “il potere” del rito:
Un rituale è una sequenza ripetuta e strutturata di azioni o comportamenti che altera lo stato interno o esterno di un individuo, un gruppo o un ambiente, indipendentemente dalla comprensione cosciente, dal contesto emotivo o dal significato simbolico.
Catherine Bell via https://en.wikipedia.org/wiki/Ritual (tradotto)
Il rito ha a che fare con una mentalità che non distingue così nettamente corpo e mente, sacro e profano, bene e male.
La ragione è un sistema di regole che mira a creare ordine, ad evitare il caos. Questo sistema è fondamentale per la convivenza sociale e per la costruzione di un sapere condiviso, tuttavia, è proprio questa natura regolativa della ragione che può limitare l’esplorazione dell’ignoto.
L’instabilità della ragione
In quest’ottica Turner analizza lo stato liminale dei riti, individuando il “potenziale immaginativo sbloccato dalla liminalità”, una fase di:
rivelazione dei “mattoni” con i quali è stato costruito il mondo fino a quel momento dato per scontato;
destrutturazione e libero gioco di riassemblaggio temporaneo, creando e abitando mostri e alter-ego (uomini-donne, ricchi-poveri, uomini-animali,…);
generazione di variabilità e modelli alternativi a quello dominante da parte dell’immaginazione libera dai consueti vincoli; una cultura che conserva tali modelli, all’apparenza poco funzionali o assurdi, potrebbe dimostrarsi più resiliente nel caso di un drastico cambiamento delle condizioni ecologiche e biologiche (resilienza adattativa).
A cosa serve il rito
Van Gennep ha definito i riti di passaggio come azioni necessarie per aiutare un individuo o una società a passare da uno stato all’altro, da una situazione a un’altra.
Persino nella vita dell’universo esistono tappe e momenti di passaggio, avanzamenti e fasi di arresto relativo, interruzioni.
Van Gennep: I riti di passaggio
Ed è in questa chiave che le cerimonie dei passaggi cosmici (stagioni, solstizi ed equinozi, cicli lunari, Capodanno e Carnevale…) e quelle dei passaggi umani (nascita, pubertà sociale, matrimonio, paternità/maternità, morte, passaggi di classe e occupazione…) presentano delle somiglianze di forma.
In chiave prettamente psicologica e contemporanea, invece, si è appurato che i rituali possono regolare le emozioni, supportare la performance di un individuo (pensate ai rituali eseguiti dagli atleti prima di una gara) e creare una connessione tra persone.
Despite rituals’ lack of clear instrumental purpose, it is now well known that rituals serve many psychological functions. (…)
Rituals can regulate (a) emotions, (b) performance goal states, and (c) social connection to others.The Psychology of Rituals: An Integrative Review and Process-Based Framework
I rituali non servono solo a tenere a bada le paure e a recuperare un senso di controllo, ma anche a segnare delle trasformazioni insite nella vita umana e sociale e a uscire temporaneamente dagli schemi rigidi delle regole per sperimentare e rappresentare il campo del possibile.
È come saltare su una specie di tappeto volante che permette di separarsi temporaneamente dal flusso incessante del presente per sintonizzarsi sulle intenzioni (soggettive e/o collettive).
“Quando perde la sua capacità di giocare con le idee, i simboli e i significati, quando perde la sua resilienza evolutiva culturale, il rituale cessa di essere un metalinguaggio efficace o un atto di riflessività collettiva”.
Victor Turner: Antropologia dell’esperienza

Ma ci serve ancora tutto questo? Davvero? Con tutte le cose che sappiamo fare e inventare? Abbiamo tempo per queste cose?
Abbiamo la capacità di agire e modificare la natura e le cose e continuiamo da secoli a farne uso, ma con il malinteso di fondo, almeno nella cultura occidentale, delle infinite risorse del singolo essere umano, separato dal suo contesto, dal suo Pianeta, padrone della natura e del suo destino.
Per questo quando incontriamo dei limiti sul nostro cammino, di qualsiasi natura, o neghiamo l’evidenza o andiamo in tilt.
Splendido questo brano di Ernesto Balducci, del 1989, che racconta quanto stesse avvenendo già oltre 35 anni fa, con una lucidità e una lungimiranza impressionanti:
Sebbene la crisi attuale, per la gravità delle implicazioni, sia senza precedenti ( è in questione la stessa sopravvivenza del genere umano ), vale anche per essa la legge riscontrabile in tutte le apocalissi culturali: la fine di una cultura viene vissuta come fine del mondo, la fine di un tipo di razionalità viene vissuta come rigetto della ragione in quanto tale.
Niente di strano, pertanto se, dove maggiore è la caduta di fiducia nella razionalità tecnologica, sono anche più vistose le insorgenze di bisogni “irrazionali”, che ricercano appagamento in quadri culturali diversi da quello rivelatosi disumano.
Di qui il ritorno nostalgico alla madre natura, l’immersione psicologica nelle profondità dell’inconscio dove risiede l’energia vitale, la cui esplosione apre orizzonti di salvezza; l’adozione di pratiche contemplative importate dal lontano Oriente; il ritorno ai simboli sacri della cultura preindustriale sopravvissuta, senza che ce ne rendessimo conto, negli spazi stessi della tecnolopoli; una scomparsa e multiforme fuga mundi i cui approdi non sono nemmeno segnati nella nostra mappa antropologica.Il senso del sacro rifiorisce ma allo stato selvaggio, non facilmente addomesticabile perché governato dal bisogno inconscio di sicurezza e, proprio per questo, attratto dai simboli e dalle pratiche che favoriscono un qualsiasi rapporto vitale con il Numinoso, relegato dalla cultura secolarizzata tra i relitti della società premoderna. I riti magici rifioriscono all’ombra dei grattacieli.
E così, nel deserto della “civiltà dell’oggetto” che tutto ha ridotto a cosa, anzi a merce, si accendono i fuochi della religiosità soggettiva che sublima il disimpegno dalla storia nell’estasi spirituale. Lo Spirito Santo non scende dall’alto, ma sale dalle profondità del soggetto, avvilito dalle frustrazioni di una vita collettiva spoglia di intimità.
Alla lettura di un fenomeno collettivo si sommano motivazioni più individuali e psicologiche, in perfetta corrispondenza del doppio ruolo individuale e collettiva che le forme rituali hanno avuto nella storia.
Lo psicologo Fulvio Scaparro nel libro “I riti di rinascita” scriveva:
L’iniziazione accompagna ogni esistenza umana autentica, per due ragioni:
1. Ogni vita umana autentica implica crisi in profondità, prove, angosce, perdita e riconquista dell’io.
2. Ogni vita, per quanto piena, a un certo punto si rivela un’esistenza fallita e da questa crisi si può uscire soltanto ricominciando.
Non si vive di solo pane
Non avrei mai pensato di citare Kant!
La ragione umana, in un genere delle sue conoscenze, ha un destino particolare: quello di essere gravata da questioni che essa non può evitare, poiché le sono assegnate dalla sua stessa natura di ragione, ma a cui non può nemmeno dar risposta, poiché tali questioni oltrepassano ogni potere della ragione umana. (KrV AVII, 1781).
È scritto nelle nostre facoltà di pensiero e riflessione il bisogno di andare oltre tale pensiero, alla ricerca di risposte che lo stesso tipo di razionalità non potrà mai darci.
Le forme rituali sono uno dei modi che abbiamo da sempre utilizzato per metterci in contatto con una “ragione” diversa e una diversa linea temporale, il tempo dei nostri antenati e dei nostri discendenti, la prospettiva dall’alto che ci consente di vederci all’interno di un destino più ampio e più profondo.
Per essere vissuto con l’intensità dovuta, il rito richiede una “ragione espansa”: i riti non possono essere davvero spiegati; possiamo osservarli e descriverli, ma per comprenderli è necessario farne esperienza al di fuori del pensiero strettamente logico.
La razionalità non è una, ma un concetto plurale e multidimensionale: sono le culture e i tempi che privilegiano un tipo di razionalità a un altro. Credo sia il momento in cui nella società occidentale sentiamo inconsciamente il bisogno di spostare l’ago della bilancia verso di una ragione diversa.
A mio parere non si tratta di una fuga dalla pressione del presente, ma relearning: un tornare a “ricordare” qualcosa che fa parte dell’essere umano da sempre e che ci serve per elaborare nuove, dinamiche sintesi tra “caos e cosmo”.
What seems perfectly rational from one perspective often looks absurd or destructive from another. What feels reasonable today may appear grotesque tomorrow. A decision that saves a company might ruin a community. A policy that protects stability may crush justice… To ignore this complexity is to mistake the piece for the whole.
The Hierarchy of Rationalities
Come rinnovare la ritualità?
La fine di “un” mondo non ha nulla di patologico, è anzi un’esperienza salutare… se rimane un margine, anche impercettibile, di ripresa. Diversa la fine “del” mondo, come fine di qualsiasi mondo possibile, che costituisce un rischio radicale.
I riti di rinascita, a cura di Fulvio Scaparro
L’unico rischio catastrofico che corriamo è non riuscire a percepire la “nostra” situazione come “operabile”: se perdiamo la sensazione di agency. La fine “del” mondo e la fine “di un” mondo in certi momenti sono separate da una linea molto sottile ed è su quella linea che agisce il rito.

Nella perenne tensione tra caos e ordine, l’ordine tende incessantemente verso la perdita della struttura e il caos prima o poi finisce con l’assomigliare a qualcosa di comprensibile.
Così il rito è un processo che ci accompagna nella fine di un certo ordine, ci fa passare in mezzo a distruzione e decomposizione (fuoco, orgie, danze scomposte, assunzione di droghe e allucinogeni, morte iniziatica, rovesciamento dei comportamenti abituali..) e ci fa abitare la tabula rasa prima di mostrarci il nuovo (nascita iniziatica, rigenerazione, nuova struttura).
The invitation of our time is to humbly and courageously, walk into the messy work of radical liberation. To let what must die, die. To compost the old stories. To dare see the patterns we have internalized and courageously start to dismantle these. Together.
Laura Storm
A un’osservazione più attenta del momento che viviamo, il bisogno di forme rituali è più vivo che mai. Con delle differenze rispetto al passato.
Oggi i riti non sono (quasi mai) obbligatori come spesso erano in passato: le diverse sensibilità hanno parola, ogni adulto può capire e decidere se sottoporsi o celebrare un rito per un qualche passaggio. Lo stesso principio vale per gruppi e comunità: la libertà è anche responsabilità!
In passato la ritualità spirituale o religiosa e la ritualità dell’esistenza quotidiana erano un tutt’uno, come adesso ancora accade in alcune comunità indigene: ma nella vita della maggior parte di noi non è facile integrare esperienza e contenuti del rito, tenere in equilibrio l’agire e i significati. Occorre innovare, non banalizzare.
Segnare una trasformazione, assegnarle un tempo, ci permette di processare gli eventi, di non rimanerne intrappolati. “Rinascere” significa anche abbandonare abitudini o comportamenti che hanno definito la nostra identità di persone o di comunità, ma che non ci servono più. Non è un processo del tutto conscio e per molti non è facile come sembra decidere di lasciare andare ciò che ci definisce, anche se si tratta di sintomi e malesseri, tratti caratteriali limitanti, comportamenti lesionisti.
È un terreno scivoloso, quello dei riti. Si casca facilmente nel folklore, nei rave, nella New Age, nell’individualismo estremo, nella mercificazione.
Ma è un terreno ricco, antico, profondo, e ci serve: per compostare e ricominciare.
Agisci in modo che nella massima delle tue azioni il genere umano trovi le ragioni e le garanzie della propria sopravvivenza
Ernesto Balducci
Per approfondire:
Manuel Belli, L’epoca dei riti tristi (libro)
I Culti Misterici dell’antichità classica, ciclo di lezioni a cura della Fondazione Fonclaven (video)
The Mourning Behaviors & Funeral Rituals of Animals (paper, o quasi)
I riti di rinascita, a cura di Fulvio Scaparro (libro, onestamente diventato introvabile, dovrebbe essere consultabile alla Biblioteca Sormani)
Giovanni Vignola, I riti di iniziazione (libro)
Laura Storm, Why Decolonization Is Woven Into Our Regenerative Leadership Journey (post, da non perdere)
AA.VV. The Psychology of Rituals: An Integrative Review and Process-Based Framework (paper)
Arnold Van Gennep, I riti di passaggio (libro)
Victor Turner, Antropologia dell’esperienza (libro, un po’ pesantuccio a mio parere, forse meglio questo che io non ho letto)
Ragione (voce di vocabolario)
Razionale e irrazionale si sposano continuamente nella mente (post)
L’instabilità della ragione (post)
S. Kalberg, Max Weber's Types of Rationality: Cornerstones for the Analysis of Rationalization Processes in History (paper)
Boris Kriger, The Hierarchy of Rationalities (post e libro)
Roman Krznaric, The Good Ancestor (libro e sito con vari contenuti)
Un bestiario sardo: il carnevale barbaricino come cosmologia decoloniale (post)











